Ecco il racconto che ho mandato per il concorso: "Un esordiente per Sanctuary". Lo "archivio" con il proposito di lavorarci un po' sopra, per migliorarlo il più possibile e magari far partire dallo spunto qualcosa di ancora più mio.
IL CUORE DELLA FENICE
Twain riprese a respirare.
Il potere cominciava ad allentare la sua morsa su di lui, non senza lasciargli quegli strascichi di dolore che aveva imparato presto a conoscere.
Non opporti, non cercare di resistere.
Si portò le mani alle tempie, tempestate da fitte sempre più forti.
In momenti come quello, la stessa magia che tanto voleva imparare a conoscere diventava una nemica.
Lei ti vuole comunque, i tuoi istinti sono qualcosa che non puoi combattere. Il Signore delle Bestie reclama sempre i suoi figli, nessuno di essi può sfuggirgli.
I suoi occhi saettavano tra le colonne della vecchia piazza, come quelli di un animale in gabbia.
Un orso, era questa la bestia che dominava i suoi istinti, questo il volto del suo potere. Anche se, come ogni adolescente alle prime esperienze di trasformazione, assumeva le sembianze di un cucciolo, Twain era consapevole di quanto potessero spaventare.
E’ proprio questo, il motivo: non lo accetti come parte di te. Non era difficile crederlo, sapeva che il Sapiente aveva ragione.
Non dimenticare il potere e la saggezza che l’Orso ti porterà. Non tradire la Madre Terra, che ha incaricato il Signore di affidarti questi doni.
Fino a un anno prima, aveva seguito con entusiasmo quegli insegnamenti, ma già la prima trasformazione lo aveva portato a capire: trovare il modo di spezzare quelle sensazioni paralizzanti era tutt’altro che semplice.
In giornate come quelle, segnate dalle continue retate, dalla distruzione sistematica di prigionieri nelle carceri del regime, dalla fuga disordinata degli ultimi Clan rimasti liberi nel giro di chilometri, era difficile credere di riuscire veramente a resistere.
La lotta sembrava impari.
Nei rifugi come quello scavato sotto la Radura, Twain e i suoi amici erano sempre più intrattabili. Quindici anni di vita sono una garanzia di stupida istintività – ripeteva suo zio, spesso con l’intento di distrarli dai loro sogni di ribellione e spezzare il clima ormai troppo teso.
Tentare di farsi prendere sul serio si era rivelato inutile. Gli adulti ormai non permettevano nemmeno più che i ragazzi prendessero parte a quelle celebrazioni che dovevano svolgersi per forza in superficie.
Nel caso di Twain, la protezione era ancora più serrata, tanto da somigliare a una prigione. Non ricordava più come fossero i quartieri centrali di Sanctuary. Era meglio così, sostenevano alcuni dei Sapienti.
La rabbia superava confusione e smarrimento. Lui doveva capire.
Lo avrebbe mai portato a qualcosa che non fosse solo dolore?
Non poteva fare a meno di chiederselo, ma esitava a confidarsi con lo zio su questi suoi dubbi. Non gli sarebbero piaciuti affatto. Il figlio di sua sorella Eirinn, che era stata una Sapiente tra le migliori del Clan, non poteva rischiare la vita.
Sapendo che il ricordo di sua madre avrebbe fatto star male lo zio, Twain teneva ormai per sé le domande che la riguardavano. Del padre, Twain sapeva ancora meno. Gli adulti si erano lasciati sfuggire soltanto che era stato catturati anche lui dalla Loggia.
Così com'era convinto di non volersi trovare di fronte allo zio quando avesse scoperto quale era stata la fonte di queste informazioni, era anche certo che la sua punizione per quell’ultima fuga dal rifugio sarebbe stata molto severa, sempre che fosse riuscito a tornare tutto intero alla Radura.
Ripetersi quello che dicevano i Sapienti e lo zio non riusciva più a calmare gli spasmi, a tenerlo ancorato al suo lato umano; ricordarsi che convivere con il dolore legato alla magia era un destino di tutti i membri del suo Clan servì ancora meno.
Non sapeva nulla della strada che il potere avrebbe chiesto a lui di percorrere. C’erano soltanto le memorie di sua madre e degli altri Sapienti. C’erano soltanto leggende, racconti di esperienze altrui che non riuscivano a placare le sue paure.
Rientra, cercò di imporre alla propria coscienza, voltando idealmente le spalle all’habitat nel quale invece l’orso desiderava trascinarlo.
Forse voleva mostrargli così il suo dono, il suo destino. Twain non aveva pi energie per affrontare quel gelo.
Inspirò a fondo, la coscienza ancora immersa in quel regno dei ghiacci, dove la sua mole di cucciolo di orso percorreva caverne rivestite di cristallo, il sordo rumore dei passi che diventava una cosa sola con i battiti del suo cuore.
Doveva solo avere la pazienza di resistere a quelle fitte, doveva solo aspettare che esse si tramutassero in quel formicolio ben più sopportabile.
Sarebbe andata così anche questa volta, ne sarebbe uscito.
Si passò le mani sulle maniche quasi del tutto strappate, frizionando alla ricerca di un tepore che non giunse. Il gelo era nelle sue ossa, private all’improvviso di quell’energia che le aveva percorse, per poi scomparire così com'era arrivato.
Ancora una volta, i primi cenni della trasformazione lo avevano colto nel momento peggiore. Il suo ritardo e il trovarsi ben lontano dalla Radura, dove avrebbe dovuto essere già dal pomeriggio, avevano incrementato la sua ansia.
Gli artigli spuntati dalle sue dita avevano lacerato carni – le sue - e scalfito la pietra, quella delle mura esterne di un palazzo qualsiasi.
Il viaggio di ritorno dai ghiacci eterni era terminato, ma la mente non aveva ancora ripreso del tutto il controllo.
Era lontano, troppo lontano da casa, tuttora in balìa del potere e troppo debole per conservare la lucidità, nel caso avesse dovuto fuggire.
Caracollò giù per una larga scalinata di pietra, su gambe umane che sentiva malferme, riparandosi in un vicolo anonimo.
Nell’istante in cui la sirena del coprifuoco spezzò il silenzio irreale di quel quartiere fantasma, gli occhi d’acciaio spuntarono dall’angolo del palazzo e si fissarono su di lui.
Il lato umano aveva quasi vinto la sua battaglia, tornando a predominare sulla bestia, ma ciò che Twain vide rischiò di spezzare di nuovo quel fragile equilibrio.
Quel suono assordante gli fece sentire la testa fragile come ghiaccio, pronto ad andare in mille pezzi, mentre sotto quello sguardo il cuore riprese a battere all’impazzata al ritmo di un battito arcano.
Alle sentinelle della Loggia non si poteva sfuggire, soprattutto nel mezzo di una trasformazione: sentire pulsare il nucleo della Terra nel proprio era qualcosa di totalmente elettrizzante e di terribile al tempo stesso.
In quegli istanti, sapeva, era come se il corpo urlasse la condizione di Reietto.
“ Il soggetto è nel mio raggio di azione ” annunciò la voce impersonale e metallica della fenice.
La risposta furono i passi di un uomo, che echeggiarono nella testa già dolorante di Twain come i colpi di un tamburo.
La mano che si alzò verso il cielo fumoso e afferrò la coda dell’uccello di acciaio vestiva un guanto bianco, in netto contrasto con la mantella nera della divisa della Loggia.
“ Non speravo in una preda così gratificante ” sorrise il Cacciatore da sotto il cappuccio, avanzando verso di lui.
Non era eccessivamente alto, ma Twain fece due passi indietro, tastando alla cieca fino a che le mani non incontrarono il muro alle sue spalle.
“ Non essere sciocco, ragazzo. Sei circondato dalla mia squadra al completo. Tienilo a mente, se anche trovassi il modo di sfuggire a me ” disse, certo che Twain avesse compreso in che guaio si era cacciato.
Twain restò in silenzio mentre il Cacciatore si posava l’uccello meccanico sulla spalla, a beffarda imitazione di un falco. La sua mente lavorava frenetica, cercando il modo per ricavarsi una via di fuga.
Lo guardò incuriosito, sorridendo calmo, dimezzando velocemente la distanza.
Pareva divertito dalla paura che Twain sapeva di esprimere, così lontana dall’euforia che aveva provato nelle sembianze di orso; inclinò la testa, mentre liberava dal cappuccio una chioma scura.
Twain si sentì imprigionato da quello sguardo puntato su di lui e non soltanto da quello: la stessa sentinella d'acciaio sembrava tenerlo sotto scacco, prendersi gioco della frenesia con la quale continuava a guardarsi intorno per cercare un varco, una via di fuga.
“ Avresti dovuto restare in quella macchia di verde che chiamate Radura. Saresti stato portato via con la tua famiglia, almeno. Tuttavia, forse non sei così importante per loro. Non hanno dimostrato un grande interesse di proteggerti, no? ”
“ Non ho bisogno di una balia. ”
“ Lasciar viaggiare da solo il figlio di una Sapiente può essere molto rischioso. ”
A fatica, Twain riuscì a rimanere immobile, pregando che i suoi occhi non rivelassero il panico che ora gli scorreva nelle vene.
“ Non puoi averli trovati ” mormorò, odiando la sua stessa voce che suonava così debole, simile ad un gemito.
Il Cacciatore rise. “ Libero di crederci. Ora, ti prego di non ostacolarmi un minuto di più, non ho intenzione di perdere altro tempo. ”
Qualcosa crepitò nell’aria, avvertito dal potere prima ancora che dagli altri sensi.
Twain vide l’uomo voltarsi di scatto, verso quel lato della strada da cui la figura di fumo si addensò nella sera imminente. In un istante, da entità incorporea, la presenza si fece concreta, una mole che balzò per prima sulla fenice.
Il Cacciatore protesse la sua fidata arma, ma l’ombra della bestia assunse le proporzioni di un cavallo enorme, dal lucido manto grigio; la sua mole nascose i suoi nemici alla vista di Twain.
L’uomo della Loggia girò attorno al cavallo, per nulla impressionato dalle sue dimensioni.
“ Sei importante per molti, ragazzo. A quanto pare, dovrò battermi per averti. ”
Portò una mano destra alla cintura, sfiorando quello che dovevano essere i comandi per comunicare alla fenice i suoi ordini.
Il movimento non sfuggì al Reietto, che li tenne sott’occhio con calma, anche in pieno processo di ritorno alle sue sembianze umane. Possedeva un controllo della propria magia impressionante.
“ Vai. Corri al sicuro. ”
Chi è?
Doveva avere al massimo una quarantina d’anni, i capelli che portava lunghi fino alle spalle erano appena ingrigiti. La veste grigia e consumata spiccava sul color mattone del palazzo che dominava la piazza deserta.
Chiunque fosse quell’uomo, il suo consiglio era dannatamente da seguire.
Twain mise in moto le gambe.
Non risposero, era inchiodato al suolo.
Un ronzare acuto fu la risposta alla sua ricerca di ciò che lo bloccava lì, inerme. Proveniva dalla fenice, il suono non era soltanto nella sua testa.
“ Il ragazzo non può fare altro che aspettare il suo momento. Non è così? ”
Twain si ritrovò inchiodato dagli occhi del Cacciatore.
Alla Radura, i ragazzi descrivevano i membri della Loggia in centinaia di modi diversi. In nessun racconto, però, i volti riuscivano a trasmettergli la stessa scarica di folle terrore, pur essendo così umani e calmi.
Quando lo vide indicare la fenice sopra le loro teste, comprese da dove venisse tutta la sicurezza del Cacciatore, la certezza di potersi dedicare senza fretta prima al mago, poi al cucciolo che voleva proteggere.
Lo scontro esplose di nuovo improvviso. Un istante prima il mago – Reietto come lui - era immobile, occhi negli occhi del Cacciatore, energia che si celava dietro un fare imperscrutabile; l’istante dopo, l’avversario si ritrovò a sbattere contro l’edificio più vicino della piazza.
Si rialzò imprecando, ignorando il sangue che gli scendeva da un taglio sulla testa.
Fu guerra aperta.
I due si avvicendarono nello studiarsi, parando gli attacchi altrui e cercando di guadagnare l’istante che avrebbe fatto la differenza.
Quella che a Twain era parsa solo nebbia per nascondere, era invece del mago un’energia capacissima di ferire, anche se il Cacciatore seppe fare altrettanto con le sue armi, simili a pistole uscite dalle leggende più antiche. La tecnologia nelle mani della Loggia rischiava di diventare la forza dominante, e nella condizione in cui si trovavano i Reietti potevano solo scappare.
Per l’ennesima volta, Twain tentò di muoversi, e all’aumentare del fischio nella sua mente sentì salire la rabbia istintiva della bestia.
Liberala, è l’unica soluzione!
“ No! Twain, resta fermo! Non usarla! ”
Il cuore del ragazzo perse un battito. La voce del mago era nella sua mente. Lo aveva chiamato per nome. Come poteva conoscerlo, chi era quell’uomo?
Il Cacciatore estrasse dal mantello un lucido bastone nero, sferzando con esso l’aria greve, storcendo le labbra in un ghigno sottile, quando vide il mago accasciarsi a terra.
“ Vat-tene, ragazzo! ” ripeté il mago a voce alta, i denti stretti.
Il suo corpo si era rannicchiato attorno allo stomaco per far fronte agli spasmi di dolore. Il Cacciatore lo raggiunse, deciso a non lasciargli più il minimo margine di vantaggio.
Fai qualcosa, alzati! pensò Twain.
L’uomo della Loggia passò un’estremità del suo bastone sulla schiena del mago, che si inarcò come un fuscello sul punto di spezzarsi, mentre l’alone di potere che Twain poteva vedergli attorno si spegneva.
“ Non riuscirò mai a capirvi, parola mia ” scosse la testa, usando l’arma per attirare a sé e immobilizzare la sua preda. Ne osservava i conati e gli spasmi con curiosità quasi scientifica. “ A cosa sono serviti tutti i tuoi sforzi? ”
Non mostrava più alcuna ansia di spezzare la resistenza del vinto. Lasciò che riprendesse fiato, attese una risposta scoccando occhiate a Twain.
Il ragazzo sbiancò, tutti i suoi sensi feriti non solo dal proprio, ma anche dal dolore del mago.
Era finita. Erano tutti e due nelle mani della Loggia.
“ Non hai niente da dire, Reietto? ” lo schernì ancora, mettendo in quella sola parola tutto l’odio che provava verso la loro specie, tutto il desiderio di annientarla.
“ Ci rincorrevamo da troppo tempo ” rispose il mago, non senza fatica. “ Basta con le parole. ”
“ Giusto, non è questo il momento. Sarò curioso di sentirti parlare in una sede più adeguata. ”
Non puoi lasciare che ti uccida!
“ Doveva andare così, Twain. ”
Il fischio nella mente di Twain si fece sempre più insopportabile, le gambe presero a tremargli.
Non riusciva più a muovere nemmeno il busto, pur con tutti gli sforzi con cui la bestia cercava di uscire, di liberarsi. Il suo corpo era pronto alla trasformazione, il suo potere desideroso di sprigionarsi e distruggere tutto attorno a sé.
Ma qualcosa nel fischio che la sentinella produceva lo paralizzò ulteriormente.
La frustrazione gli fece ribollire il sangue, il potere che si dibatteva in lui, ringhio impotente di un animale in gabbia.
Il collo del mago si tese a contatto con l’arma che lo tratteneva, ma lui non perse di vista Twain, scuotendo appena la testa per sconsigliare qualsiasi reazione.
“ No, devi tornare alla Radura e portarla con te ” parlò di nuovo nella sua mente.
Portarla? Portare cosa?
Fu allora che il suono prodotto dalla fenice divenne un fischio sempre più acuto e insopportabile alle sue orecchie. Twain seppe che nemmeno l’udito di un umano qualunque avrebbe potuto tollerarlo, ma non ebbe il tempo di chiedersi cosa stesse succedendo.
Giurò di aver visto il mago sorridere, un istante prima che il suo volto venisse coperto dal fungo di gas sprigionato dalla fenice. L’uccello si ridusse in centinaia di pezzi, dai quali Twain riusci a proteggere il volto, scoprendosi di nuovo capace di muoversi.
L’urlo di collera del Cacciatore fu seguito dal suono di una lama sguainata.
Twain seppe che il mago era già morto, a meno che non fosse riuscito a sottrarsi alla presa del suo aguzzino.
" Doveva andare così. "
La nuvola di gas si dissolse, ma Twain non era pronto a vedere quello che temeva.
“ Apri gli occhi, ragazzo ” lo sorprese la voce. “ Cerca il suo cuore. Sbrigati, la Loggia ti metterà alle calcagna tutti i suoi Cacciatori. ”
“ Chi sei, veramente? ”
“ Dovrai correre. Forse un giorno ci rivedremo. Ora prendi la fenice e portala alla Radura. Più nessuna di queste macchine provocherà la cattura di un mago, se agirete in fretta. Spetta a te portarla ai Signore delle Bestie. Solo a te. ”
Quelle parole lo stupirono al punto di spingerlo a liberare il volto quasi senza accorgersene, contro ogni istinto di sopravvivenza accettò di restare e guardarsi intorno.
A terra, a meno di venti passi da lui, c’era solo il cadavere del Cacciatore, circondato dall’ammasso di rottami che era divenuta la fenice. Il volto dell’uomo mostrava tutta l’incredulità della sconfitta.
Il mago era scomparso.
Un globo di luce palpitava accanto al volto insanguinato del membro della Loggia.
Il cuore.
Lo straniero si riferiva al cuore della fenice? Si trovava lì la chiave che permetteva da anni alla Loggia di rintracciare la magia, anche la più arcana?
“ Corri! ”
E Twain corse, tra le mani il nucleo di metallo incandescente; corse saltando tra un detrito e l’altro, lasciandosi alle spalle l’ennesimo quartiere di una splendente metropoli divenuto ormai l’ombra di se stesso. Corse senza riuscire a smettere di chiederselo: chi era quel Reietto che aveva scelto di rinunciare a difendersi, perché lui potesse tornare a casa sano e salvo?
Ore dopo, nelle profondità del rifugio, Twain si portava davanti ai tre Sapienti del Clan, sotto l’arazzo che riportava l’ultima immagine conservata del Signore delle Bestie, così come lo aveva descritto Hentor, il padre di tutti gli sciamani.
Di fronte all’importanza del momento, persino la frustrazione che gli portava il non conoscere ancora il suo potere, passò in secondo piano.
Il Sapiente che aveva accettato di vedere il cuore della sentinella nemica sedeva al centro, il globo lucente posato sulle ginocchia.
Lo zio di Twain aveva messo da parte ogni volontà di punirlo, quando aveva visto quel nucleo, i suoi occhi azzurri si erano chiusi per lunghi istanti.
Si era allontanato con l’oggetto, tornando solo dopo un paio d’ore.
“ Vieni con me ” aveva detto soltanto questo.
Twain non aveva osato fiatare mentre lo seguiva, pensando che non sarebbe più stato messo alla porta, tagliato fuori da un ritrovamento così importante per la sopravvivenza del loro Clan.
Ancora una volta, gli fu chiesto di ripetere quello che aveva detto il mago.
Twain si sforzò di ricordare ogni singola parola, ogni inflessione della voce udita direttamente nella sua testa.
I tre Sapienti si guardarono sopra l’oggetto, gettando a tratti occhiate penetranti a lui e a suo zio, che si era fermato a due passi dalla porta.
“ Twain ” disse il vecchio che occupava la sedia a sinistra, “ quando tuo zio ci ha mostrato il cuore della sentinella, non volevamo credere che avessi rischiato così tanto. Non possiamo ignorarlo, quindi capirai il tipo di provvedimento che tuo zio vorrà prendere. ”
“ Lo capisco ” rispose sommesso il ragazzo.
“ La nostra paura è che i tuoi coetanei, o addirittura più piccoli, possano mettersi in pericolo. Tuttavia, dobbiamo ringraziarti per quello che hai fatto. E vorremmo poter ringraziare doppiamente il mago che ti ha protetto. Forse ci permetterà davvero di salvare le vite di tutti i membri del nostro clan, di tanti fratelli. ”
Cercò di scrutare le espressioni dei Sapienti, ma gli parvero imperscrutabili, anche se benevole.
“ Il minimo che possiamo fare per ringraziarti, è mostrarti quello che abbiamo scoperto analizzando l’oggetto che il mago ti ha affidato. ”
Twain sentì lo zio trattenere il respiro, per poi sospirare desolato.
“ E’ giusto che ora sappia, Diar ” disse a suo zio l‘anziano sciamano, che si narrava avesse compiuto trecento viaggi, incontrando il Signore delle Bestie da quando aveva appena dieci inverni.
“ Abbiamo seguito con attenzione i tuoi tentativi di conoscere il tuo potere, Twain. Sono stati ammirevoli, anche se molto impulsivi. Non posso fare altro che comprenderti, perché è stato il non sapere che ti ha spinto a queste ricerche avventate. ”
“ Ci dispiace aver taciuto tante cose, non soltanto sul tuo dono, ma anche sul passato della tua famiglia. ”
Twain si accorse di avere la pelle d’oca. Sarebbero rimaste tutte parole, o veramente questa volta avrebbe ricevuto delle risposte?
“ Hai diritto a queste risposte, ma non saremo noi a dartele, figliuolo. Sarà lui. ”
Il ragazzo corrugò la fronte, abbassando lo sguardo sull’oggetto che la mano scarna del vecchio indicava.
“ Cosa significa? ” chiese, voltandosi verso lo zio.
“ Purtroppo la spiegazione che cercavamo è andata oltre i nostri peggiori timori. Ora è chiaro cosa permettesse a questi strumenti di intercettare la nostra magia ” disse il Sapiente. “ Vorremmo solo non doverti dire quanto la tua famiglia sia stata coinvolta in questo orrore. ”
Se tutti gli adulti del clan lo avessero bersagliato di rimproveri per quello che era successo, Twain si sarebbe sentito meglio. Vedere il vero dispiacere sui volti dello zio e dei tre anziani fu una stretta al cuore.
“ Ora il cuore di questa sentinella nemica è innocuo. Avvicinati, Twain. ”
Sentiva di avere gambe di piombo, ma obbedì, ricevendo nelle mani il globo di luce.
Lo sentì caldo, piccolo e pulsante tra le dita.
Era certo che non fosse stato così vivo, quando lo aveva raccolto lui stesso dal selciato accanto al cadavere del Cacciatore. Non aveva sentito allora quella tempesta di voci e di pensieri che adesso vorticavano nella sua testa. O forse, semplicemente, era stato lui a non coglierli.
Non ne aveva avuto il tempo. Correre era stata la priorità. Correre come un coniglio e solo perché il sacrificio del mago glielo aveva permesso.
Lo aveva chiamato per nome, gli aveva salvato la vita.
Il cuore di Twain aveva già raggiunto una risposta, che la sua mente non poteva accettare altrettanto facilmente.
“ Chi era quell’uomo? ” si lasciò sfuggire a voce alta.
Suo zio sospirò, mettendogli una mano sulla spalla, guardando il cuore della fenice. “ Era tuo zio, Twain. Un fratello mio e di tua madre. Era il suo gemello. Impazzì, quando lei e tuo padre vennero
arrestati. ”
Twain si mise in ascolto; senza bisogno di alzare lo sguardo, seppe che gli occhi dello zio si erano velati di lacrime.
“ Solo due ore fa abbiamo scoperto cosa sia successo veramente ai tuoi genitori, figliuolo. Sei certo di volerlo sapere? ”
Twain annuì, il cuore in gola, le dita che si stringevano nervose attorno all’oggetto. Non che avesse paura di sentirlo cadere, o cercare di sfuggire alla sua presa, anzi: sembrava invece desideroso di appartenergli.
Come se fosse il passato a cercarlo, a voler tornare da lui.
“ Edmond se ne andò ” mormorò lo zio, “ non volle attendere di essere aiutato da noi a cercare i tuoi genitori. Il dolore per lui era stato viscerale, ancora più insopportabile di quello che provavo io. Nonostante volessi a tua madre un bene immenso, non riuscii a capire come confortarlo, in alcun modo.
“ Ebbe presto alle calcagna i Cacciatori della Loggia. Anni dopo venimmo a sapere che era stato denunciato, ma che si era salvato prima di esser trasferito nel carcere di massima sicurezza. Non lo rividi che poche volte, da quando riprese la sua latitanza. Ogni tentativo di convincerlo a riunirsi a noi fu inutile. L’ultima volta che ci incontrammo, gli parlai di te. Mi chiese di non dirti che lo avevo incontrato. ”
Avresti dovuto farlo, pensò Twain. “ E lui non volle tornare lo stesso, vero? ” chiese invece, senza smettere di guardare il cuore pulsante di luce.
“ No. Disse che prima di vederti, doveva proteggerti a modo suo. Gli risposi che avevi bisogno di averlo vicino, che noi tutti dovevamo stare vicini, per crescere te e gli altri piccoli del Clan, per aiutarvi davvero a conoscere il vostro potere. ”
“ A quanto pare, i suoi viaggi lo portarono a scoprire cosa fosse successo a tua madre ” disse il Sapiente. “ E lo portarono nel mirino del Cacciatore con cui si è scontrato oggi. ”
“ Permettendo che tu sopravvivessi, che portassi a noi quell’oggetto, ci ha dato la possibilità di conoscere meglio le armi del nemico. Voleva che anche tu ritrovassi un passato, che avessi un ricordo di tua madre. Voleva che sapessi perché i tuoi genitori non hanno potuto vederti crescere. ”
Twain annuì.
“ Posso restare da solo? " ” chiese guardando lo zio.
Diar gli strinse con affetto la spalla, abbassando poi la mano e affiancando i tre sapienti, che si apprestavano a lasciare la stanza.
Twain si concentrò sul cuore, sempre più caldo nelle sue mani.
Non sapeva cosa aspettarsi, ma era pronto a conoscere quel passato che il mago aveva fatto in modo di donargli.
A modo suo.
Nel silenzio calato attorno a lui, voci e ricordi lo avvolsero, portandolo altrove, sulla via del
tempo.
Un tocco sul cuore, un pensiero che sussurrava alla sua mente. Orgoglio, speranza, dolore.
Paura.
Oscurità. Il buio di una cella, il rosso del sangue versato.
Una serie di figure si chiudevano su sua madre, immobilizzata ad un letto, vigile eppure incapace di difendersi. Cavia da laboratorio.
Stille di sudore sul suo volto, a confondersi con le lacrime.
Lo strumento nelle mani di un membro della Loggia si avvicinava con una lentezza esasperante, impietosa.
Il globo di luce gli cadde dalle mani, ma il panico della madre, i suoi disperati tentativi di opporsi a quegli esperimenti, non lo abbandonarono.
Eirinn aveva capito quello che sarebbe successo; in quel momento lo comprese anche lui.
Twain urlò, così come urlava la madre, nella sua mente.
I reietti catturati dopo una inutile resistenza, erano destinati a divenire l’arma con cui la Loggia avrebbe perseguitato altri maghi. Esperimenti di ogni tipo si erano susseguiti sulle loro menti, fino a che gli scienziati della Loggia non erano stati capaci di raggiungere nel corpo umano la sede della magia che tanto odiavano.
Pieno di orrore, Twain sentì la prima scintilla del potere risvegliarsi in lui, come l’avvicinarsi di un ferro rovente.
Brividi, brividi in tutto il corpo.
Si accorse di respirare con sempre maggiore affanno, temendo quello che avrebbe significato per lui la trasformazione, in quel momento.
La cosa peggiore fu rendersi conto che non aveva alcuna possibilità di opporsi, proprio come non ne aveva avute sua madre, circondata da quelle maledette macchine pronte a studiarla, a strapparle il potere, gli affetti, la dignità.
Non era più sicuro che il potere fosse una ricchezza, un dono. In tempi come quelli, in cui il suo e molti altri Clan non potevano fare altro che scappare, la magia era una condanna.
Eppure, non avrebbe potuto evitarne anche gli aspetti che lo trasformavano in mostro, quelli che aveva visto il Cacciatore osservare nei movimenti dello zio.
Mentre sentiva gli istinti prendere il controllo, mentre si sentiva trasportare di nuovo nel regno dove non esistevano più pensieri lucidi, solo il lato più animale e ancestrale di se stessi, Twain pregò il Signore delle Bestie come mai era stato capace di fare, anche se non sapeva cosa desiderasse di più, se superare i dolori di quella nuova trasformazione e restare con lo zio che si era preso cura di lui, o raggiungere i suoi genitori e lo zio che lo aveva protetto, restando nell’ombra.
Fu l’ultimo pensiero di cui ebbe memoria, prima di essere inghiottito dall’oscurità, abitata da continue cacce, dalle urla dei maghi catturati in seguito, dalla spirale di morte e dolore che aveva dato potere alla Loggia e li aveva resi schiavi.
Ho vent’anni, compiuti in un mondo in guerra da molto più tempo.
Non so come il mio dono potrà aiutare qualcuno, non sono ancora capace di accogliere senza paura gli effetti delle mie trasformazioni. La crisi di quella notte mi portò al confine con la morte. Eppure sopravvissi, anche se al risveglio dovetti affrontare una lunga convalescenza; anche se, per lungo tempo, il mio potere continuò a portarmi soltanto dolore.
“ La guarigione sarà un cambiamento lungo e difficile, Twain ” continuò a ripetermi per anni lo zio. “ Come lo è per noi tutti combattere l’ignoranza di chi ci vede diversi. ”
Potrebbe essere stato soltanto un sogno, soltanto immaginazione, ma alla fine anche in quei viaggi forzati qualcosa cambiò.
Mi affiancarono presenze, che restavano silenziose a guardarmi, che mi strapparono al delirio, che placarono la sofferenza. Ricordo un lupo, ricordo una lince, un cavallo. Insieme a loro, trovai un cavallo dal manto grigio, una notte, sulla soglia della caverna.
I nostri sguardi, le anime di tutti noi si riconobbero.
Il viaggio di ritorno poteva cominciare.
Quella notte, senza saperlo, fui un importante testimone dell’ evento che cambiò le sorti della continua guerra tra la Loggia e i Reietti. I Sapienti del mio Clan cercarono di convincere altri maghi che la persecuzione, la fuga continua, non poteva essere il nostro destino.
Non fu affatto semplice, il globo di luce aveva dimostrato come la mente e il potere dei miei genitori e di molti altri prigionieri fossero stati usati, imprigionati, per diventare arma nelle mani della Loggia.
Questo terrorizzò e scoraggiò anche maghi tra i più saggi.
Ma quella notte fu comunque l’inizio del cammino di tutti noi per sentirsi attivi, protagonisti del nostro futuro, mai più prede rassegnate alla loro sorte.